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  • Immagine del redattoreValentino Pavan

La privacy è finita?



Ultimamente abbiamo assistito, uno a ridosso dell’altro, a tre eventi molto particolari:

 

  1. L’ennesima violazione dei dati (data-breach) al sistema sanitario nazionale;

  2. Il primo impianto di chip nel cervello umano;

  3. La pubblicazione, senza nessun ritegno da parte della stampa nazionale, delle immagini in chiaro di una mamma che abbandona il suo bambino in ospedale.

 

Quest’ultimo episodio l’ho trovato particolarmente disumano soprattutto perché è passato nella totale curiosa e morbosa indifferenza degli spettatori. Ormai siamo abituati a tutto il peggio di tutto.

 

Non che gli altri due episodi siano privi d’importanza:

 

  • Per la violazione dei dati del sistema sanitario siamo tutti pronti ad incolpare la disorganizzazione della pubblica amministrazione, senza interrogarsi sul probabile danno subito da tutti i pazienti dell’ASL violata, che hanno visto tutti i loro dati sanitari riguardanti la salute fisica e/o psichica liberamente accessibili nel web a chiunque sia interessato;

  • L’impianto del chip nel cervello umano riporta in auge il dibattito sull’opportunità di usare la tecnologia per donare nuova vita a parti del corpo non più funzionanti e, potenzialmente, potendole controllare “da remoto”.

 

Certo che se poi vengono rubati i dati nell’ASL che ha svolto l’operazione e vengono pubblicati su internet i dati sanitari e magari anche il video in chiaro dell’intervento d’innesto del chip nel cervello, allora la questione si fa grave.

 

Questi fatti, forse più di altri, mi induco a chiedermi se il diritto alla privacy è finito?

Secondo me no, perché se “privacy” è il termine inglese che significa “riservatezza” ed è diventato di uso comune per indicare la sfera privata di ogni individuo e, in particolare, quell’insieme di informazioni personali sulle quali desideriamo mantenere il riserbo escludendone l’accesso ad altri, allora più che della nostra privacy, dobbiamo preoccuparci della protezione delle nostre informazioni personali, quindi della protezione dei nostri dati.

 

E qui ritorno su un concetto a me molto caro che è la “consapevolezza”: è necessario comprendere il fenomeno, capirne i pregi e difetti, imparare a dominarlo usando gli strumenti e l’intelligenza (reale non artificiale) per poter difendersi ed evolvere in questo mondo che è diventato bulimico di dati, di informazioni e che le usa per trarne vantaggi economici, politici e sociali ma anche per portare innovazione, evoluzione, comfort e salute.

Quindi se rivogliamo la nostra privacy dobbiamo prima di tutto imparare a chiamarla con il nome giusto che è “data protection”, protezione dati in italiano, altrimenti continueremo a rimanere imbrigliati su un concetto e un diritto percepito in modo distorto.

 

Ricordiamocelo, se vogliamo tutelare la nostra riservatezza dobbiamo imparare a proteggere i nostri dati! Non c’è altra via di scampo. E la protezione dei dati si ottiene solamente curando e gestendo i vari ambiti che la compongono e che sono:


  • gli ambiti tecnici: tramite l’uso corretto delle attrezzature che consentono la sicurezza sia fisica che informatica dei nostri dati,

  • gli ambiti organizzativi: utilizzando le corrette procedure nella gestione delle informazioni che vogliamo rimangano riservate,

  • gli ambiti legali che, tramite il regolamento Europeo per la protezione dei dati personali (il Reg. EU 679/2016 c.d. “GDPR”), ci garantisce in modo forte ed efficace la tutela dei nostri diritti,

  • l’ambito della consapevolezza, tramite la formazione necessaria per poter gestire nel miglior modo possibile i precedenti tre ambiti.


Senza questo approccio organizzato e coordinato non può esistere la protezione dei nostri dati e quindi la nostra privacy.

 

Per fortuna i governi, soprattutto quelli Europei, si stanno dando un gran da fare per cercare di trovare il giusto modo per gestire positivamente il trattamento dei dati indispensabile per il funzionamento della nostra società moderna ma, in attesa che venga trovata la quadra, dobbiamo necessariamente progredire autonomamente, imparando a garantirci i nostri diritti e libertà fondamentali in ogni ambito, privato, scolastico e professionale, ricordandoci sempre che la protezione dei dati è un attività multidisciplinare.



Estratto articolo_#47_Marzo 2024
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