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  • Immagine del redattoreValentino Pavan

“Se non stai pagando per un prodotto, allora il prodotto sei tu”

Il titolo è una citazione presa dal docufilm “The Social Dilemma”, distribuito da Netflix e mi serve per introdurre un argomento caldo e attuale.


(A proposito, consiglio a tutti di prendersi un ora e mezza per guardare il docufilm “The Social Dilemma” perché spiega molto bene come funzionano i motori di ricerca e i social network)


Dopo tanto parlare, a partire dal mese di novembre di quest’anno e per tutti gli utenti dei social networks Facebook e Instagram, è giunto il momento di decidere se pagare per l’uso dei social in cambio di più privacy oppure se continuare a usufruirne in cambio della concessione al tracciamento e alla profilazione indiscriminata (Meta l’ha definito “marketing personalizzato” …) delle nostre attività mentre usufruiamo del servizio.

 

Tutti noi ci siamo trovati di fronte a schermate come le seguenti e tutti siamo stati costretti a fare una scelta per poter continuare ad utilizzare il social preferito.


Questa situazione si è creata perché il Garante Europeo per la Protezione dei Dati ha intimato a Meta, la società che sviluppa Facebook, Instagram e Whatsapp, di interrompere il tracciamento e la profilazione dei suoi utenti a scopo di lucro, vendendo i dati che ci riguardano acquisiti durante le attività di navigazione tramite, appunto, il tracciamento e la profilazione dei nostri comportamenti come navigatori del web. Questi dati, come già sappiamo, poi verranno utilizzati da chi li compra per poi indirizzare in modo puntuale, pubblicità, informazioni, risposte precise e mirate al fruitore del servizio.


Ecco, quindi, che diventa super attuale il titolo, perché se non stiamo pagando per un prodotto o un servizio, sia anche esso di utilizzo dei social network, allora il prodotto siamo noi, perché vengono vendute le informazioni che ci riguardano, come le nostre abitudini, lo stile di vita, le relazioni personali, lo stato di salute, la situazione economica, ecc … che sono state acquisite direttamente o indirettamente durante l’utilizzo degli strumenti social.

 

Si tratta di una scelta di business del tutto legittima, che tuttavia pone enormi problemi dal punto di vista giuridico, quanto meno qui in Europa, perché va in contrasto con le norme previste dal Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati, comunemente conosciuto come GDPR.

 

Quella di offrire la scelta tra il pagamento di un canone o l’accettazione del “marketing personalizzato” che, abbiamo già detto, equivale alla profilazione indiscriminata delle nostre attività di navigazione non è un’invenzione di Meta, perché già ad inizio dell’anno scorso abbiamo visto apparire sui siti delle maggiori testate giornalistiche online dei “banner” che, oltre ad informaci sull’uso dei cookie, qualora ne negassimo il consenso all’uso, fanno apparire un altro “banner” chiamato “paywall” che ci chiede di ripensarci e di accettare i cookie, con la scusa che i cookie sono la linfa economica che permette al sito di rimanere online e nel caso della mancanza di consenso al loro uso, gli articoli verranno erogati solamente a pagamento.

 

Quindi o si accettano i cookie per accedendo al sito “gratuitamente” o si paga per leggere gli articoli. Peccato però che poi gli articoli più attuali sono spesso ugualmente a pagamento.          

Il Garante della Protezione dei Dati (c.d. Garante della Privacy) ha avviato immantinente un’istruttoria sulla liceità di questo metodo, però al momento non sembra sia giunto ad alcuna conclusione visto che i “paywall” continuano a presentarsi all’accesso della maggior parte dei siti di informazione.

 

Ma la domanda rimane: è giusto, lecito, offrire questa alternativa, che, di fatto, monetizza un diritto fondamentale riconosciuto dall’Europa e lo subordina in qualche modo a un pagamento in denaro?

 

Sicuramente è possibile sostenere che se non mi paghi il servizio non ti fornisco il servizio, ma siamo ancora nel lecito se si va oltre, sostenendo che se vuoi puoi non pagare per servizio però in cambio del consenso per la maxi-profilazione dei nostri dati? È corretto chiedere di pagare per godere di un diritto che già possediamo, cioè quello di non essere oggetto di profilazione? E questo sistema non è discriminatorio perché crea disuguaglianza tra chi si può permettere di pagare e chi invece no e quindi non avrà altra scelta che fornire il proprio consenso? Tra l’altro un consenso che tutto sarà fuorché libero e certamente non revocabile, elementi opposti alle sue caratteristiche base? La privacy diventerà un diritto esclusivo dei ricchi?

 

Ricordiamoci sempre che i dati che ci riguardano acquisiti durante un’attività di profilazione non vengono venduti solo a società commerciali che desiderano venderci qualche cosa, ma anche fondazioni, partiti politici, società che forniscono notizie di parte, ecc … quindi Meta e tutte le testate giornalistiche non bramano i nostri dati solo per venderli a società commerciali ma anche a enti che ne fanno un uso mirato per “convincerci di qualche cosa” e questa è un’attività molto pericolosa con al quale si condizionano e si pilotano i popoli.

 

Quindi, quando decideremo di pagare o no, ricordiamoci delle motivazioni che si annidano nelle proposte che ci vengono fatte e magari proviamo a valutare se esiste qualche altro strumento alternativo (diversi siti web, altra testata giornalistica, social) che ci fornisca il servizio desiderato ma senza farci pagare, in un modo o in un altro.

La consapevolezza è sempre il primo passo per difendere e proteggere i nostri dati personali che, ricordiamoci, hanno un valore economico, politico e sociale molto elevato.

Quindi se non vogliamo diventare inconsapevolmente dei prodotti, dobbiamo “navigare” consapevolmente.


Estratto articolo_#46_Dicembre 2023
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Per approfondimenti potete contattarci al:

Telefono: +39 0422 22813

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